Tobia Repossi, architetto e designer, da cinque anni vive e lavora a Shenzhen, dove ha aperto il suo studio professionale nel 2015. Da allora, ha progettato prodotti e interior design, collaborando con colossi come Tencent (l’azienda proprietaria della app WeChat), Huawei e altri.

Shenzhen è considerata una delle capitali mondiali del design. Come ha influito sul modo di lavorare, la lunga presenza in Cina?
Il lavoro che ho svolto in Cina è stato un lavoro di quantità, ma questo non ha necessariamente un’accezione negativa. Con il mio ufficio, ho sviluppato progetti per grandi metrature per spazi di lavoro e ospitalità, negozi, e una lunga serie di oggetti per arredamento ed elettronica di consumo.
Si tratta in generale di progetti e investimenti a una scala che riesce difficile immaginare in Europa, lavorando con velocità da noi sconosciute, e con un apparato organizzativo e di supporto al progetto unico nel suo genere.
È chiaro a tutti che oggi la Cina si propone non solo come fabbrica del mondo, ma anche come fucina di idee e progetti. Shenzhen è oggi a pieno titolo una delle capitali mondiali del design e si è creata una reputazione internazionale; un numero record di acceleratori e “
incubators” contribuisce a creare un tessuto adatto alla crescita di idee e startup. Tutto questo è come un grande parco giochi per architetti e designer che vogliano confrontarsi con progetti che nel vecchio continente non ci sono più. E mi riferisco all’intera filiera del progetto a qualsiasi scala.

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Bluetooth Speaker con lampada Led, per Relaxement.

Il rovescio della medaglia è che tutto ciò non è stato frutto di un processo spontaneo, ma di un’imposizione politica che viene dall’alto, quindi un grande investimento di denaro, ma senza un apparato culturale che la sostenga: siamo lontani dal rapporto virtuoso designer/imprenditore e da processi innovativi autogenerati. Tutto questo durerà finché ci saranno finanziamenti governativi per mantenere vivo il sistema o fintanto che esso si autoalimenterà da solo (cosa che oggi sembra ancora lontana), come da tradizione politica cinese. Il mercato non è ancora pronto a una rivoluzione che metta al centro il design, ancora percepito come estetica del bello, in modo superficiale. Ci sono aziende enormi ma fragili, che vendono e guadagnano, ma in un mercato immaturo. La qualità delle fiere e degli eventi è ancora scarsa, musei e scuole serie sono pressoché inesistenti. Il mercato è ancora monopolizzato da aziende che copiano e fanno ancora fatica a distaccarsi dal malcostume di vivere su progetti altrui. La mia personale impressione è che da un lato vi sia un grande bombardamento di immagini e di informazioni, un continuo stimolo alla crescita e al fare, dall’altro una sorta di tossicità di questa informazione e la difficoltà di discernere il buono dal cattivo, il copiato dall’originale, il buon progetto dalla replica.

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Divano Next, di Tobia Repossi.

È differente lavorare con aziende cinesi o con aziende Italiane? Quali sono le principali differenze?
Amplierei la geografia della domanda a tutta l’Europa: è estremamente differente lavorare con aziende del vecchio continente e cinesi. Si deve tenere conto che la Cina era ed è tuttora un Paese chiuso, un sistema oligarchico in cui le decisioni vengono prese dall’alto e imposte attraverso la coercizione o attraverso il premio. Shenzhen è la Silicon Valley dell’Asia, la culla dell’hardware e del software ma senza Google e Youtube. Le informazioni arrivano poco e male, le copie cinesi dei software replicano l’aspetto ma non funzionano, i trendsetter non hanno accesso alle informazioni.

Gli imprenditori cinesi nella maggior parte dei casi sono guidati da un sistema di valori che ha al centro il guadagno e il denaro. Il design è quindi ridotto a un sistema di abbellimento propedeutico al fare più soldi, senza nessuna vera volontà di migliorare le cose o di creare nuovi sistemi o servizi. Non è che non accada mai, a volte succede e ci sono alcuni casi virtuosi, ma ancora troppo pochi rispetto a un tessuto che ha tutte le carte in regola per fare di più e innovare, e che gode di finanziamenti molto generosi. Personalmente trovo che gli imprenditori entusiasti del loro lavoro siano ancora di più in Europa, nonostante la crisi economica; non che lo siano tutti, certo.

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Occhiali per realtà virtuale Revel, progettati per l’azienda olandese Twisted Reality.

Poi c’è l’inevitabile scontro culturale che offre comodi alibi sia all’Europa, sia alla Cina, quando le cose non vanno come dovrebbero. La differenza culturale è una barricata dietro cui Cinesi ed Europei si nascondono quando il prodotto non ha il successo desiderato, quando gli uffici non vendono, o quando il negozio non incontra i gusti del pubblico. Ma questo ha poco a che vedere con la geografia, il progetto richiede analisi e ricerca, se non si capisce il mercato l’insuccesso è dietro l’angolo, e questo può avvenire in qualsiasi luogo. Ho visto tante aziende italiane sbarcare in Cina arroccate sulle loro posizioni, e fallire per incomprensione del mercato, ma anche Jack Ma inizialmente ha fallito, quando ha tentato di internazionalizzare Alibaba, e anche Tencent con WeChat fallirà, se non sarà in grado di innovare come ha fatto nel mercato cinese – che però era vergine.

Personalmente io dico sempre alle aziende italiane che devono approfondire la conoscenza del mercato prima di sbarcare in Cina. In questo senso ho visto di tutto: aziende di porte vendere prodotti senza conoscere le normative riguardo alle altezze minime, aziende di frigoriferi vendere prodotti a incasso che invece finiscono in salotto, prodotti di arredo sproporzionati e non declinati per un’ergonomia e abitudini diverse. Agli imprenditori cinesi tento invece di spiegare che la scalabilità e la serie non sono tutto. Produrre tanti pezzi non vuol dire necessariamente guadagnare di più o acquisire più potere di mercato.

Per info: Tobiarepossi.it