Una riflessione a caldo sull’undicesima edizione del Triennale Design Museum. Con una premessa: prima di dare qualsiasi giudizio, sarebbe meglio andare a vederlo, le immagini e i racconti che si trovano ormai dappertutto, non riescono a spiegare fino in fondo la ricerca che c’è dietro questa undicesima edizione.

Innanzitutto, il titolo: “Storie. Il design italiano”.  Sedimentata e diffusa negli anni, la cultura del progetto si è trasformata in “cultura del prodotto”. Con la convinzione (purtroppo assai diffusa), che un prodotto possa parlare da solo, possa vendersi da solo, possa essere presentato svincolato da tutto ciò che sta intorno a un prodotto. Il Presidente della Triennale, Stefano Boeri, durante la conferenza stampa di presentazione ha sottolineato come la storia del design italiano sia un intreccio di storie: progettisti e imprenditori visionari, che insieme hanno messo a punto prodotti rivoluzionari. A questi si potrebbero aggiungere rivenditori altrettanto visionari; e non è da trascurare il ruolo determinante che ha avuto la comunicazione, il cui segmento nella mostra/museo avrebbe potuto anche essere ampliato. La proliferazione di riviste sull’analisi, la critica, il proporre al vasto pubblico prodotti design-oriented ha contribuito non poco a diffondere la nuova cultura, facendola diventare un fenomeno planetario.

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Triennale Design Museum, 11esima edizione.

Eppure, la storia, in quell’esposizione, si legge poco. È vero che c’è un sezione dove si illustra la comunicazione, una sezione – molto interessante – con i numeri, ma, così organizzata e spezzettata, non si percepisce. È bello che la poltrona Soft Big Easy, disegnata da Ron Arad e prodotta da Moroso sia tra le icone del design italiano, ma se una mostra si chiama “Storie”, forse sarebbe stato bello vedere la storia. La storia di un prototipo di metallo forgiato in un laboratorio di fabbro a Londra, con Patrizia Moroso che va a Londra e lo va a cercare, convince il fratello a farne un prototipo, e poi lo inserisce nel proprio catalogo, investendo tempo, denaro, rischio. Sapere quanti ne hanno venduti, e quanto ha significato, in termini di fatturato reale e di ritorno di immagine, per l’azienda. Quanto ci hanno messo a trovare il materiale adatto, quanto ha richiesto di investimenti in comunicazione lanciarlo sul mercato, e anche quanto tempo. Gli esperti del settore e addetti ai lavori, quando vedono le icone, sbuffano, uff, sempre le solite. Ma davvero tutti sanno che la Superleggera ha richiesto anni di lavoro per la messa a punto? O che la serie Up è stata uno dei primi esempi di “flat pack”?

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Poltrona Torso, di Paolo Deganello per Cassina, 1982; sedia First, di Michele De Lucchi per Memphis, 1983, e libreria Carlton, di Ettore Sottsass, 1980; e una Fiat Panda.

In Italia, diamo per scontato che la storia la conoscano tutti, ma non è così. Dunque, proprio perché un Museo del Design non è un Museo di Arte, sarebbe bello vedere le storie raccontate per esteso.
Come? La comunicazione contemporanea lascia solo l’imbarazzo della scelta: un sito che racconti le icone collegato alla mostra, per esempio, la cosa più banale a cui si può pensare. Un videomapping con le storie, che siano visibili anche on line. Anche la sezione dedicata a sport e tecnologie, che pure è interessante, alla fine risulta un po’ asettica, poco spiegata, sempre data troppo per scontata.
Certo, è un discorso che va decisamente controcorrente, oggi che invece si tende riassumere tutto in “pillole”. Si pensa “racconto” e già ci si prefigura la noia.
Forse, o forse invece la gente legge e guarda, purché ci sia qualcosa da leggere e guardare. E il design italiano, a dispetto della fama nel mondo, e di quanto se ne parli, di cose da raccontare ne ha ancora tantissime. Ovvio, un museo non è una scuola, questo è ovvio, nessuno glielo chiede. Ma è curioso che proprio il Museo del Design non riesca ancora a usare il design nel modo più efficiente, per comunicare se stesso. (Roberta Mutti)

Triennale Design Museum, XI edizione. Ideazione e direzione Silvia Annichiarico, a cura di Chiara Alessi, Maddalena Dalla Mura, Manolo De Giorgi, Vanni Pasca, Raimonda Riccini. Allestimento di Calvi Brambilla. Progetto grafico: Leonardo Sonnoli.

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Lampada a sospensione Falkland, disegnata da Bruno Munari nel 1964, I Componibili, di Anna Castelli Ferrieri per Kartell, 1967.