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I 90 anni di Bertocci

L’azienda fiorentina Bertocci compie 90 anni: una storia di innovazione e stile. Fondata nel 1929 a Firenze, da Arnolfo Bertocci, fino agli anni Cinquanta era una piccola produzione di cerniere metalliche. Con il boom economico, era arrivata la prima serie di accessori per bagno, che si chiamava Giglio, naturalmente in omaggio al simbolo della città toscana.

Bertocci negli anni '60

Con la prima collezione, era cominciato il passaggio dalla ferramenta agli accessori per bagno. Lunghi anni destinati a ricerca e innovazione, hanno poi condotto Bertocci fino alla moderna azienda, specializzata in accessori bagno dal design contemporaneo.

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Bertocci negli anni '70

Tutta la produzione Bertocci è realizzata in Italia, un esempio della migliore tradizione made in Italy. Questa coerenza ha permesso all’impresa di esportare in tutto il mondo, affermandosi in diversi mercati internazionali.

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Bertocci negli anni '80

Dal 2014, alla guida di Bertocci si trova Roberto Renzi. Assieme a Valentina Fulgenzi, Renzi ha promosso un'ulteriore espansione dell'azienda, che ha guadagnato quote di mercato nei Paesi emergenti e dal 2018 è presente anche in Cina.

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Bertocci negli anni '90

Infine, sempre nel 2018, la serie Moon, un progetto dello Studio Phicubo, è stata premiata con l’Iconic Awards. Si tratta di una conferma della validità dei prodotti Bertocci, che riconosce anche la Germania.

Info: Bertocci.it

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Bertocci negli anni 2000

Il Sacco Verde

Il Sacco di Zanotta, pluripremiato e pluricopiato, ha compiuto 50 anni, e ha sentito la necessità di rigenerarsi un po’. Nato nel 1968 da un’idea di tre architetti torinesi, Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro, il Sacco ha rappresentato una rottura definitiva del concetto di sedia, poltrona e divano.

Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro

Un sacco nel vero senso della parola, era formato da un rivestimento di plastica riempito di palline di polistirolo. Grazie all'assenza di qualsiasi struttura, si appiattiva, si allungava e si deformava sotto il peso del corpo, diventando così un manifesto generazionale.

Un po' perché ti ci puoi sedere solo sei giovane e atletico, ma anche per l’idea di avere un unico elemento che ne inglobava tre, e aveva (e ha tutt’ora) anche un prezzo decisamente accessibile.

Aurelio Zanotta sul Sacco

Il Sacco ha avuto un successo decisamente planetario; dai film di Fantozzi alla cultura pop, la "Bean Bag" - così definita in inglese - ha diffuso nel mondo un nuovo modo di sedersi.

Ma i tempi cambiano, e i nostri tempi sono cambiati molto. La plastica rivoluzionaria che tanto ha entusiasmato i baby boomers sta presentando un conto salatissimo, ed è necessario pensare a materiali alternativi. Così Zanotta ha deciso di pensare a un nuovo Sacco, in versione “verde”.

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Il nuovo Sacco Goes Green

Sacco Goes Green si riempie di microsfere BioFoam di Synbra, una bioplastica (PLA) che si ottiene dalla canna da zucchero ed è paragonabile all’EPS (polistirolo espanso ad alta resistenza) della prima versione per struttura, proprietà e performance tecniche. A differenza dell’EPS, le palline di BioFoam sono di origine vegetale.

I rivestimenti, interno ed esterno, sono in ECONYL, un filo di nylon rigenerato, ricavato da reti da pesca usate, scarti di tessuto e plastica industriale. Per la collezione Sacco Goes Green, Zanotta ha collaborato con Pierre Charpin, che ha disegnato una decorazione per il rivestimento esterno ispirata al concetto di rete. Il fitto intreccio di linee colorate è proposto in tre diversi colori, e il pattern a rete riesce ad assecondare i movimenti di Sacco, senza deformazioni.

La collezione Sacco Goes Green è in edizione limitata, in tre serie da 100 esemplari l’una, che di distinguono per il decoro.

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Info: Zanotta.it


I-Made, il made in Italy a Londra

Ha debuttato a Londra, durante il London Design Festival 2019, la prima edizione di I-Made, una mostra a cura di Giulio Cappellini, presso la Saatchi Gallery. Una mostra, ma non solo: I-Made si potrebbe definire una piattaforma per celebrare il design Made in Italy, accostando stand commerciali a spazi culturali.

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I-Made, foto Massimiliano Polles

Giulio Cappellini ha spiegato che l’idea alla base di I-Made, era quella di presentare le eccellenze italiane, siano aziende grandi o piccole, provenienti da diversi settori. Il design made in Italy non è rappresentato solo dall’arredamento, ci sono eccellenze nel design anche nei componenti per l’architettura, o nei settori tecnologici, navali, automotive.

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I-Made, foto Massimiliano Polles

Inoltre, la scelta di una galleria d’arte come la Saatchi Gallery, ha permesso di esporre i prodotti in una cornice ideale e di prestigio.

I-Made, foto Massimiliano Polles

All'area cosiddetta "commerciale", si affiancava “Please Take a Seat”, una mostra dedicata alle sedie-icone del design italiano. Per sottolineare il valore del prodotto made in Italy, la mostra aveva un allestimento museale, che sottolinea come alcune sedie siano paragonabili a opere d'arte.

I-Made, "Please Take a seat", foto Massimiliano Polles

La prima edizione di I-Made a Londra, ha attirato un pubblico di operatori professionali e stampa specializzata, ed è la conferma che Londra è un hub di grande interesse, soprattutto per le aziende che operano nel contract.

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I-Made, foto Massimiliano Polles

Inoltre, è anche la conferma che design made in Italy non significa solo arredamento, ma include anche altri settori, come la nautica, l'ospitalità, l'automotive e altri ancora.

Giulio Cappellini con la macchina da caffè Eagle One, di Victoria Arduino, foto Massimiliano Polles

Info: I-Made.co.uk


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Ingo Maurer: la luce è passione

Artista, artigiano, designer, imprenditore: Ingo Maurer è sicuramente uno dei personaggi più interessanti nel settore dell’illuminazione. Nato nel 1932 sul lago di Costanza, in Germania, ha studiato graphic design e ha vissuto qualche anno negli Stati Uniti, per stabilirsi a Monaco nel 1963.

Uno degli ultimi progetti di Tom Vack, l'illuminazione della Torre Velasca, a Milano, durante il Fuorisalone 2019 (foto dal sito Ingo-Maurer.com)

Nel 1966 fonda Design M, e da lì comincia la sua lunga carriera. Non si è mai considerato un designer, e non ha mai pensato alla luce come a una professione, ma come a una passione, che l’ha accompagnato per tutta la vita. L’abbiamo incontrato durante il Fuorisalone 2018, dove era presente con un’installazione al Circolo Filologico.

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Installazione di Ingo Maurer al FuoriSalone milanese 2018.

“Non ho mai pensato a me stesso come a un designer”, spiega Ingo Maurer, "il mio rapporto con la luce è sempre stato molto naturale e istintivo. Sono nato su un’isola, sul lago di Costanza, e quand’ero bambino mio padre mi portava di notte a pescare. Ero molto affascinato dalle luci sul lago, dalle luci delle barche, dalle luci delle case, erano come lucciole che danzavano nel buio. La mia prima lampada, ‘Bulb’, nacque così, dall’osservazione di oggetti quotidiani. Ero a Venezia, in una pensione, tornavo a dormire e guardavo la lampadina. Così mi venne l’idea di riprodurre la lampadina, ma in vetro soffiato; dato che ero a Venezia, andai a Murano e creai Bulb, che ebbe così tanto successo da farmi iniziare la mia nuova carriera. La prima volta che ho esposto al Salone di Milano era il 1968, ed ero davvero affascinato dall’incredibile cultura progettuale che si respirava a quei tempi.”

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Una delle icone più note di Ingo Maurer, la lampada Porca Miseria.

A distanza di 50 anni, cos’è cambiato nella luce?
“Il led è positivo per l’ambiente, ma non ha giovato al design degli apparecchi; si stanno diffondendo sempre di più i cerchi di led, che alla fine sono tutti uguali. Ma la luce è ricerca, è passione. Ho seguito progetti che hanno richiesto anni di lavoro per la messa a punto, anche solo per trovare il materiale adatto; le lampade di carta MaMoNouchies hanno richiesto 4 anni solo per ottenere una carta con la texture che cercavo. Nella mia azienda ci sono 70 persone, necessarie per le lavorazioni delle lampade, che vengono ancora rifinite a mano, una per una; la produzione di Ingo Maurer è ancora per la maggior parte artigianale, anche se, oltre al catalogo, facciamo moltissimi progetti speciali, architetture, mostre, sfilate, e altro ancora.”

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Walking in the Rain, della collezione MaMoNouchies di Ingo Maurer.

Il progetto che vorrebbe realizzare?
“Nonostante non sia più giovanissimo, sto ancora lavorando a tanti nuovi progetti. Ho fatto tantissime cose, e in genere tutto quello che ho fatto mi è piaciuto; tra i progetti che ho apprezzato di più, ci sono alcune stazioni della metropolitana a Monaco. In questo momento, stiamo lavorando al progetto di un auditorium per il parco di Inhotim, a Belo Horizonte, in Brasile; è un progetto d’arte, particolarmente appassionante, con un edificio che sembra un uovo con il guscio rotto. Ma stiamo lavorando anche all’illuminazione di un appartamento che occupa tutto il 91esimo piano di un nuovo grattacielo a New York, ed è altrettanto interessante: mi piace creare la luce di un’abitazione così importante, soprattutto se posso lavorare con clienti che apprezzano le mie opere e mi lasciano progettare liberamente. E c’è qualcosa che mi piacerebbe realizzare: un piccolo padiglione che ricrea la Cappella Sistina, con il progetto della luce. Potrei proporlo per un Fuorisalone milanese.”

Per info: Ingo-Maurer.com


Tra industria e artigianato: Formae presenta Roommate

Formae, un nuovo brand di complementi d'arredo, presenta Roommate Collection, una collezione di oggetti caratterizzata da forme semplici ed essenziali, e da geometrie pure.

Formae: molto più che metallo

La storia nasce dai 40 anni di esperienza nella lavorazione dei metalli di Gennaro Tramonti: da qui i figli, Laura e Simone Tramonti, sono partiti per dare vita a una serie di oggetti semplici ma lavorati con estrema attenzione al dettaglio, in un connubio riuscito tra artigianato e industria.

Il concept di Roommate

Roommate 2019 si ispira alla migliore tradizione del made in Italy: oggetti lievi, ma non per questo anonimi, di uso quotidiano e dalla presenza discreta. Con la direzione artistica di Leonardo Fortino, Roommate ha coinvolto nella seconda collezione i giovani designer Alessandro D’Angeli, De Bona De Meo, Meike Langer, Chiara Ricci, Sovrappensiero Design Studio, Studio Zero e Max Voytenko, accanto a nomi già affermati.

Le collezioni Roommate di Formae

Le collezioni Roommate comprendono diversi complementi, realizzati interamente in metallo, tagliato a laser, saldato, curvato a mano, e verniciato. Il risultato finale è un effetto industriale ingentilito, che si integra con facilità in un arredo di gusto contemporaneo. Le mensole della serie Isole, per esempio, progettate da Studio Zero, disegnano pieni e vuoti nella geometria delle pareti.

Altri oggetti delle collezioni sono reggilibri, un servomuto, un orologio, diversi portacandele, appendiabiti, protagonisti dell'ambiente e silenziosi compagni di stanza. Una palette di colori dai toni pastello crea un equilibrio tra sole mediterraneo e luce nordica, con note pop in un arredamento essenziale. (Giuliana Maio)

Info: Formaecollection.com

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Soul_Tech di Mario Alessiani, tecnologia e artigianato

Soul_Tech, di Mario Alessiani, è un progetto che integra tecnologia e artigianato. Una collezione di oggetti inediti, in materiali inusuali per le funzioni che svolgono. Mario Alessiani è un designer che esprime appieno lo spirito dei Millennial; i suoi progetti sono permeati dalla ricerca della qualità artigianale che la grande produzione seriale ha perso progressivamente.

Caricatore wireless, collezione Soul_Tech, di Mario Alessiani

Uno speaker bluetooth, un caricatore wireless e una penna per schermi touch screen, gli oggetti che compongono la collezione Soul_Tech di Mario Alessiani, sono oggetti di uso quotidiano, che generalmente sono costruiti in plastica.

Speaker bluetooth

Lo speaker della collezione Soul_Tech è in ferro acidato e vetro, il caricabatterie in legno, ottone e rame, la penna digitale in ottone e alluminio. Grazie anche ai materiali, questi oggetti diventano anche belli da vedere, e hanno anche una funzione estetica, oltre alla funzione pratica.

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Questi materiali, raramente si impiegano per questi tipi di oggetti. La sfida di un designer, negli anni 2010, è progettare modelli più sostenibili di produzione, anche per oggetti di uso quotidiano come quelli della collezione Soul_Tech.

Alessiani con questo progetto vuole dimostrare che anche un artigiano può dare corpo a oggetti raffinati, che incorporano un’anima tecnologica. Una nuova interpretazione della tradizione artigianale Made in Italy. 

L’unico modo per farlo, secondo Alessiani, è trovare in ogni progetto l’equilibrio tra qualità, costo e bellezza.

La collezione Soul_Tech al completo

MarioAlessiani.com

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Giulio Iacchetti: gli architetti e il rito del caffè

Le caffettiere dei Maestri. Quando l’architettura e il design incontrano la Moka” è il titolo della mostra che il negozio Lavazza di Piazza San Fedele 2, a Milano, dedica alle caffettiere progettate dai Maestri dell’architettura. Ventiquattro caffettiere che illustrano diverse interpretazioni della classica Moka, la caffettiera a pressione di vapore inventata nella prima metà del Novecento.

Giulio Iacchetti, foto Max Rommel

La moka: l'oggetto del desiderio

“La caffettiera non è solo un oggetto o una macchina, è proprio un’architettura. Ogni grande architetto ne ha tentato il progetto; ambisce a costruire una caffettiera così come, prima di morire, vorrebbe disegnare una torre.” (Alessandro Mendini). Giulio Iacchetti, ideatore e curatore della mostra, comincia così, con queste parole di Mendini, a raccontare da dove è nata l’idea della mostra sulle caffettiere dei grandi architetti.

Le caffettiere degli architetti

Ho identificato nel 1979 l’anno che ha determinato un punto di svolta nel progetto della caffettiera. Due sono stati gli eventi significativi in quell’anno: il progetto della moka Carmencita, di Marco Zanuso, ispirata alla pubblicità del caffè Paulista Lavazza, e la caffettiera 9090, di Richard Sapper per Alessi. Entrambe ancora in produzione, sono state pietre miliari nella storia della moka. Dopo di loro, moltissimi Maestri si sono cimentati nel progetto della caffettiera, da Aldo Rossi, a Ettore Sottsass, Gaetano Pesce, Michael Graves, Michele De Lucchi, Angelo Mangiarotti, Guido Venturini, Stefano Giovannoni, Cini Boeri (con la caffettiera Opera per La Pavoni), o più di recente, Tom Dixon, e molti altri.”

La Carmencita, progettata nel 1979 da Marco Zanuso, in versione nera per il 40esimo anniversario

Che cosa rende il progetto di una caffettiera così interessante?
“Ci sono diversi fattori. Il caffè non è una semplice bevanda, c’è un rituale che si compie ogni volta che si prepara un caffè con la moka: la caffettiera diventa quindi un simbolo archetipico, la rappresentazione di un rito. Dal punto di vista tecnico, in realtà, la caffettiera a pressione di vapore non è un oggetto così complesso, in quanto la moka Bialetti ha stabilito uno standard, e le caffettiere di oggi, in generale, sono reinterpretazioni di quel modello di caffettiera.

Le caffettiere degli architetti

La mostra è dedicata proprio a tutte le diverse versioni di caffettiere progettate da architetti e designer, in cui Giulio Iacchetti individuato tre diversi filoni.
"Uno è quello che ho definito “sindrome del poligono”, che comprende tutte le caffettiere sfaccettate, ispirate alla Bialetti.
Un’altra direzione interessante è la grande famiglia delle moka “specchio”: include le moka che riflettono apertamente il modo di progettare dell’autore, come La Pina”, di Piero Lissoni per Alessi, un volume puro, o la moka di Angelo Mangiarotti per Mepra, che esprime tutta la sua filosofia progettuale.

Caffettiera La Pina, di Piero Lissoni per Alessi

Il terzo filone è quello dei “giovani Maestri”, con caffettiere progettate da giovani designer. Qui trovano posto la caffettiere Lunika 360, di Francesco Fusillo, la moka della serie Collar, di Daniel Debiasi e Federico Sandri per Stelton, e la moka Lady Anne, di Lara Caffi per Knindustrie, una moka contemporanee che rivisita le caffettiere in argento del passato, con elementi decorativi tratti dal ‘700.”

Esiste la “caffettiera perfetta?”
“Parlare di caffettiera perfetta probabilmente è eccessivo. Diciamo che la moka Bialetti rappresenta un ottimo standard, e che il suo successo è ampiamente meritato. Tuttavia, il successo dell’icona Bialetti è dovuto a vari fattori, non solo all’ottima qualità del progetto. Basti pensare che la moka è nata nel 1932, ma è stata brevettata solo nel 1950, e il successo commerciale è arrivato negli anni Sessanta. Un vero esempio di design democratico, che è diventato così popolare grazie a un concorso di eventi, e alla tenacia di chi l’ha prima progettata, poi prodotta e infine commercializzata.

Caffettiera Opera, di Cini Boeri per La Pavoni, 1989.

Ma la realtà è che ci sono varie scuole di pensiero, soprattutto per ciò che riguarda i materiali, quindi ogni progettista può esprimere la sua “filosofia del caffè”.

Così hanno fatto Gaetano Pesce con “Vesuvio”, una moka imponente ma poco funzionale, Ettore Sottsass con “Lazaniezani”, elegantissima e decisamente funzionale, così Tom Dixon, con la sua caffettiera in rame, un materiale che il designer inglese ama molto. E così tanti altri, anche altri che non sono inclusi in questa mostra.”

Collezione Brew, di Tom Dixon, con caffettiera a pressione di vapore, caffettiera a stantuffo e teiera, in rame

Le caffettiere dei Maestri. Quando l’architettura e il design incontrano la Moka”, a cura di Giulio Iacchetti

Lavazza Flagship Store, Piazza San Fedele 2, Milano
1 ottobre-3 novembre
h. 08:00 - 20:00


Le architetture effimere: il padiglione Siza, per l’azienda cinese Camerich

Padiglioni fieristici come architetture compiute, anche se temporanee: una tendenza che viene da lontano, ma che oggi ormai è consolidata. Oltre al Salone del Mobile di Milano (e al Fuorisalone), dove l’architettura effimera regna sovrana, sono sempre di più le situazioni collegate alle esposizioni di arredamento in cui le aziende comunicano attraverso allestimenti complessi, spesso progettati da architetti di chiara fama.

A CIFF - China International Furniture Fair 2019, a Shanghai, un esempio di questa tendenza si è concretizzato nel Siza Pavilion for Camerich,  l“Elefante Português”, dalla forma che ricorda un elefante con la proboscide. Un padiglione progettato da Alvaro Siza, Premio Pritzker nel 1992, oltre che architetto del “Modernismo Poetico”.

Camerich non è nuova ad allestimenti che puntano sul progetto del padiglione, più che sull’esposizione dei mobili; a CIFF Guangzhou 2019, un altro “Camerich Pavilion” ospitava un unico modello di sedia, ripetuto in vari esemplari, in un auditorium per seminari durante la fiera.

Leggi anche: L'architettura effimera e il Salone del Mobile di Milano

Siza Pavilion per Camerich

Ma con il Siza Pavilion, c’è un deciso salto di qualità. Sia per la caratura dell’architetto, tra i massimi protagonisti dell’architettura contemporanea, sia per la scelta di creare una mostra temporanea. Il padiglione infatti ospitava una serie di prodotti storici di Alvaro Siza, che illustravano la sua ricerca nel design del mobile, ispirata al modernismo brasiliano.

Spiega António Choupina, l'architetto che ha seguito il progetto: “Un aspetto del progetto che Siza ha apprezzato particolarmente, è l’assoluta libertà lasciata dal committente. Certo, c’erano i vincoli dati dall’essere all’interno di un padiglione fieristico, ma, tolti quelli, l’azienda non ha posto limiti di nessun tipo”.

Siza, del resto, non è nuovo al progetto di architetture temporanee. Dal padiglione per l’Expo Universale di Lisbona nel 1998, al padiglione del Portogallo per l’Expo di Hannover, nel 2000 (una delle prime costruzioni in sughero), alla Biennale di Venezia, al Serpentine Gallery Pavilion del 2005, sono molti gli esempi che hanno visto Alvaro Siza (in alcuni casi con la collaborazione di Edouardo Souto de Mora), confrontarsi con il tema dell’architettura temporanea.

Un'atmosfera ovattata e raccolta

Il Siza Pavilion per Camerich è dunque un padiglione di oltre 700 metri quadrati, piuttosto sorprendente per essere in una fiera dell’arredamento in Cina. Non tanto per la dimensione, quanto per l’atmosfera rarefatta all’interno di una fiera che si estendeva su oltre 400 mila mq, con oltre 150 mila visitatori. Un'ulteriore sorpresa è data dalla scelta dell’azienda di esporre solo due nuovi prodotti, un tavolo e una sedia, progettati da Alvaro Siza, e una serie di prodotti storici, sempre di Siza.

Ottenere silenzio e rarefazione, in realtà, è stato abbastanza semplice: le pareti esterne sono in un materiale che isola da calore e rumore, rivestito di lana minerale e alluminio, con un ulteriore strato argentato, scenografico e ignifugo al tempo stesso. I pavimenti in rovere naturale e le pareti in gesso bianco hanno completato la creazione degli ambienti, che si svelano in successione come nei cortili delle case cinesi. Il padiglione, infatti, ha sette ingressi, che creano diversi punti di vista.

Due nuovi prodotti di Alvaro Siza

Allo stesso modo, la scelta dell’azienda è stata di esporre solo due prodotti, illustrandone le varie fasi della realizzazione, dal disegno alla messa a punto. I due nuovi arredi progettati dall’architetto portoghese, il tavolo Castanha e la sedia Baiana, sono caratterizzati dall’estrema semplicità del disegno. Una struttura di frassino con finitura naturale accoglie una seduta di paglia di Vienna, e lo stesso frassino è impiegato per il tavolo.

Non è ancora chiaro in che modo, ma è possibile che il Siza Pavilion avrà un destino prestigioso. L'ipotesi allo studio, su cui non vi è ancora nessuna certezza, è che sia collocato nei pressi della Grande Muraglia. Naturalmente ci si augura che un lavoro così non vada semplicemente distrutto. (Roberta Mutti)

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Scopri anche: I Serpentine Pavilion: architetture effimere

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Nathan Yong: In the Scheme of Things

Per celebrare i 20 anni di attività di Nathan Yong, il DesignSingapore Council e Nathan Yong Design hanno organizzato una mostra, presso il National Design Center di Singapore.

Nathan Yong è stato uno dei primi designer di Singapore ad affermarsi in campo internazionale, grazie a collaborazioni con molte aziende del settore, tra cui diverse sono italiane.

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Tavolini Stack, di Living Divani

La mostra “In the Scheme of Things” presenta 30 prodotti già sul mercato, e 10 nuovi progetti, raccontati con schizzi, disegni, e materiale vario, che illustra il percorso di sviluppo e messa a punto di un oggetto, dall’idea al prodotto finito.

Tavolini Pebble, di Ligne Roset

Tra gli obiettivi della mostra, anche la volontà di spingere le aziende del settore dell’arredamento di Singapore ad approfondire il processo metodologico che caratterizza il design di un prodotto.

Libreria Off Cut, di Living Divani

L’allestimento, anch’esso progettato da Nathan Yong, è una sorta di bozzolo avvolgente in Tyvek bianco, che scompare per lasciare la scena ai prodotti, i veri protagonisti dell’esposizione.

La tipologia di prodotti progettati da Nathan Yong Design in questi 20 anni spazia dai tavolini, come Bolle di Living Divani o Pebble di Ligne Roset, alle librerie, come Off Cut, anch’essa di Living Divani.

Uno spazio è dedicato alle lampade, come Parachute, di nuovo per Ligne Roset, agli accessori per camera da letto, come Valet, il servomuto per Gebruder Thonet Vienna.

Lampade Parachute, di Ligne Roset

Tra i vari lavori di Nathan Yong nel corso degli anni, possiamo citare anche la panca Flow, per spazi pubblici, e il trofeo per il Gran Premio di Formula Uno a Singapore nel 2012, realizzato da Royal Selangor.

Info: NathanYongDesign.com


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Luigi Colani e l'arredo "biodinamico"

Il designer della velocità, della “biodinamica”, fondatore del “biodesign”, e altro ancora. Luigi Colani, mancato il 16 settembre a 91 anni, è una leggenda del design, che ha spaziato in tutti i campi in cui il design è applicabile.

Nato in Germania nel 1928 (come Lutz Colani), ha lavorato in tutto il mondo. All’inizio degli anni Cinquanta, in California, progettava nuovi materiali per l’industria aeronautica. Poco dopo, in Francia, aveva cominciato a lavorare nell’industria automobilistica, dove ha lasciato una grande eredità.

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La “Ferrari Testa d’Oro”, prototipo unico di Luigi Colani

Dagli anni Sessanta, aveva esteso il suo raggio di influenza all’industria dell’arredamento, collaborando con numerose aziende, in Germania e nel mondo. Anche nel design dell’arredo, Colani ha lasciato un’eredità importante, con numerosi pezzi che sono ancora in produzione.

Divano Pool, 1970/71, schiuma poliuretanica, rivestito in velluto

Luigi Colani e l’arredamento organico

Nel 1968 e 1969, come designer interno a Kusch + Co., ha messo a punto la collezione Colani, di lounge chair imbottire dalle forme organiche. La collezione, rivisitata nel 2005, è ancora in produzione.

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Poltrone Colani Collection, progetto di Luigi Colani per Kusch + Co, 1968-69.

Degli stessi anni è la cucina sperimentale “Experiment 70”, per Poggenpohl, una sfera completa di mobili e accessori per illustrare l’anno 2000, visto dalla Space Age.

Negli anni Settanta, Colani aveva approcciato l’uso della plastica e delle forme tondeggianti in vari prodotti, alcuni in vetroresina, altri in polietilene, coltivando la passione per la ricerca sui materiali, iniziata negli anni Cinquanta in California con l’industria aeronautica.

Ancora del 1971, è il servizio da tè “Drop”, disegnato per Rosenthal Studio Linie, anch’esso dalla forma futurista/bolidista

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