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Le architetture effimere: Casa Contêiner, da Casacor San Paolo 2019

Dopo il Deca Lab di Ricardo Bello Dias, (leggi qui), ecco un’altra architettura temporanea da Casacor San Paolo 2019, la Casa Contêiner (Casa Container), un progetto a cura dell’architetto Marilia Pellegrini, che incoraggia sostenibilità e riuso.

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Casa Contêiner Cosentino, progetto di Marilia Pellegrini, Casacor San Paolo 2019. 

Il riutilizzo dei container per ricavarne abitazioni non è proprio una novità; tuttavia, lo studio Pellegrini vuole dimostrare che anche da un container si possono ricavare ambientazioni di grande fascino, in aggiunta a costi ridotti, metodi costruttivi semplificati e tempi brevi per la realizzazione del progetto.

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Casa Contêiner Cosentino, progetto di Marilia Pellegrini, Casacor San Paolo 2019. 

Una casa completa in 60 metri quadrati

La Casa Contêiner occupa una superficie di 60 metri quadrati, ricavati dall’unione di due container da 40 piedi. Questo spazio ospita soggiorno, area pranzo, cucina, stanza da letto, lavanderia, e un ampio e confortevole bagno.

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Casa Contêiner Cosentino, progetto di Marilia Pellegrini, Casacor San Paolo 2019. 

Il concept dell’ambiente si ispira alla cultura delle abitazioni giapponesi, con un uso dello spazio molto razionale; il mood bianco e minimal completa l’atmosfera, confermando bellezza ed eleganza della casa.

Dekton bianco e bianco di Carrara per un mood essenziale

I rivestimenti della facciata esterna, i pavimenti e i pannelli frangisole sono in Dekton, una superficie solida prodotta da Cosentino. Il Dekton, realizzato anche con finitura marmo bianco di Carrara, è un materiale altamente resistente all’usura, all’abrasione, alle macchie, ai raggi del sole, e offre la possibilità di avere una finitura omogenea per gli interni e per l’esterno della casa.

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Casa Contêiner Cosentino, progetto di Marilia Pellegrini, Casacor San Paolo 2019. 

Il risultato è una casa essenziale ma con una forte personalità, grazie anche all’arredamento, che comprende diversi pezzi di designer internazionali prodotti da aziende italiane, tra cui l'armadio della stanza da letto, di MisuraEmme.

Una casa completa di giardino

Il progetto di Casa Contêiner comprende anche un’area esterna con giardino, di 90 mq, con alberi da frutto e una panca formata da 204 lastre di granito brasiliano, assemblate per comporre una spirale scultorea.

Con un allestimento di questo genere, il container diventa dunque una tipologia di costruzione che soddisfa ogni esigenza abitativa, anche dal punto di vista dello stile, per una generazione sempre più nomade. (Roberta Mutti)

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HOMI Milano: nasce il nuovo salone HOMI Outdoor

Dal 2019, HOMI Milano si fa in tre. HOMI, il Salone degli Stili di vita, avrà cadenza annuale, nel mese di gennaio; l’offerta merceologica per la casa sarà completata da HOMI Outdoor, dedicato alla vita all’aperto, che si terrà nel mese di settembre.

HOMI Jewels & Fashion, il Salone dedicato a gioielleria e accessori, avrà invece cadenza semestrale, in corrispondenza della settimana della moda milanese.

Una diversificazione richiesta dal mercato, dove i punti vendita sono sempre più specializzati, con un pubblico molto selettivo e informato: per andare incontro a queste esigenze, HOMI si trasforma in una piattaforma altamente specializzata, per office valore aggiunto ai  vari settori in continua crescita sul mercato mondiale.

HOMI Outdoor

Il nuovo progetto espositivo dedicato all’outdoor, che si terrà tutti gli anni a settembre, sarà l’occasione per scoprire le più innovative soluzioni dedicate a tutti gli spazi aperti - balconi, terrazzi, giardini -  e novità nella decorazione.

HOMI Outdoor Home & Dehors, dal 13 al 16 settembre a Rho-FieraMilano

Il settore Outdoor

In Italia, le aziende del comparto dell’arredamento per esterni sono 1.430, con un volume d’affari di 5 miliardi di euro. Di questi, 1,8 miliardi sono generati dalle imprese con sede in Lombardia, che rappresentano il 16% del totale, seguite da Veneto, Toscana e Sicilia. Rispetto ai fatturati delle imprese, Milano occupa la prima posizione, con 488 milioni, seguita da Bergamo, con 404 milioni, e Brescia, con 377 milioni. Napoli invece è prima per numero di imprese, con oltre 800, poi Roma e Milano, con circa 700, Padova e Torino con quasi 600. Infine, il 20% delle imprese ha un titolare straniero, e l’8% è condotta da giovani sotto i 35 anni.

HOMI Outdoor

Dal 13 al 16 settembre 2019, dunque, si tiene la prima edizione di HOMI Outdoor, un nuovo format espositivo che ospiterà prodotti e accessori per arredare gli spazi all’aperto, ormai parte integrante degli spazi abitativi.

In particolare, si conferma l’area Creazioni, che rinnova la sua attrattività già sperimentata durante le precedenti edizioni di HOMI, grazie alla crescita delle tipologie di prodotto accolte all’interno del format di HOMI Outdoor.

I Trend Outdoor

Gli arredi per esterni stanno sempre più avvicinandosi all’arredo per gli interni, con materiali che durano nel tempo, di forme e colori sempre più ricercati. Materiali naturali, come paglia o rattan, sono sempre più utilizzati per gli arredi, affiancando piatti e bicchieri ricavati dalla pietra, o da resine che durano nel tempo. Una ricerca di qualità e un ritorno alla natura al tempo stesso.

L’appuntamento con HOMI Outdoor è dedicato agli operatori, e offrirà proposte per abitare ogni spazio: dal balcone, al terrazzo, al giardino, alle stanze della casa. Un progetto aperto e versatile, che valorizza tutte le novità della decorazione, del complemento d’arredo e dell’oggettistica, dentro e fuori casa.

HOMI Outdoor Home & Dehors, dal 13 al 16 settembre a Rho-FieraMilano

Info: Homimilano.com,   Homioutdoor


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Ricardo Bello Dias a Casacor San Paolo: un laboratorio per la casa del futuro

Casacor è un progetto di esposizione di architettura d’interni, che si tiene da oltre 30 anni nell’America del Sud, e oggi conta 23 edizioni, di cui una a Miami. All’edizione 2019 di San Paolo del Brasile, la 33esima, sono esposti 75 interni e giardini, progettati da altrettanti studi di architettura, che esplorano in vari modi l’abitare contemporaneo. Architetture effimere, che durano per circa due mesi, ed esprimono diverse interpretazioni della casa di oggi. Casacor São Paulo 2019 è aperta fino al 4 agosto presso il Jockey Club, a San Paolo.

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Deca Lab, Casacor São Paulo 2019, progetto di Ricardo Bello Dias

Ricardo Bello Dias e il Deca Lab

Molti i progetti interessanti dell’edizione 2019, che vedremo in diverse puntate, ma cominciamo da Deca Lab, per diversi motivi. Innanzitutto perché l’autore è Ricardo Bello Dias, un architetto italo-brasiliano, che vive e lavora in Italia da oltre 25 anni e collabora con molte eccellenze del made in Italy

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Ricardo Bello Dias

Inoltre l’azienda Deca è uno più importanti sponsor di Casacor, e in quest’edizione ha fornito prodotti per 17 ambientazioni di bagni, 32 di cucine, per i 7 bagni per il pubblico e altri 9 allestimenti vari. 

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Deca Lab, Casacor São Paulo 2019, progetto di Ricardo Bello Dias

Deca Lab, a cura, come detto, di Ricardo Bello Dias, è uno spazio concettuale che impiega prodotti reali, con un aspetto da navicella spaziale che non passa inosservato, nemmeno in un’area espositiva così articolata.

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Deca Lab, Casacor São Paulo 2019, progetto di Ricardo Bello Dias

Dal punto di vista architettonico, si configura come una piccola astronave, un po’ Enterprise di “Star Trek” e un po’ Stazione Spaziale 5 di “2001: Odissea nello spazio”; ricrea ambienti per varie funzioni, e presenta anche alcuni prototipi di miscelatori che saranno lanciati l’anno prossimo nelle collezioni Deca.

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Deca Lab, Casacor São Paulo 2019, progetto di Ricardo Bello Dias

Il “Krebs Cycle of Creativity" - lo schema sviluppato da Neri Oxman, architetto e designer, ricercatrice al MIT Media Lab, dove ha fondato un laboratorio di ricerca sull’"ecologia dei materiali" - è la base su cui è stato sviluppato il Deca Lab. Un circolo virtuoso dove Arte, Design, Scienza e Ingegneria si alimentano a vicenda, traendo vantaggio dalla collaborazione reciproca.

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I miscelatori sensoriali

Lo Studio Bello Dias è arrivato così a progettare prodotti che offrono nuove forme di interazione, esplorando la sensorialità. Così i miscelatori si aprono e chiudono piegandosi o distendendosi, oppure sfiorando un cerchio magico, o ancora sfiorando un pomolo. Gesti essenziali, che riassumono la semplicità di un prodotto minimale, sottolineato da materiali come acciaio, bronzo, rame, con finiture altrettanto sensoriali, quasi calde e morbide al tatto. 

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Deca Lab, Casacor São Paulo 2019, progetto di Ricardo Bello Dias

Un laboratorio dove ricerca e design compiono lo stesso percorso, invitando a riflettere sulla realtà che ci circonda, cercando sempre nuove soluzioni per migliorare la qualità della vita attraverso una migliore qualità della produzione, più etica e responsabile. (Roberta Mutti)

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Deca Lab, Casacor São Paulo 2019, progetto di Ricardo Bello Dias

Nel video tratto dal profilo Instagram di @rosaliacipullo, i miscelatori con i vari sistemi di apertura "sensoriali".

 

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Jonathan Ive, Marc Newson, il design dell’elettronica e la sua evoluzione

Qualche giorno fa, Jonathan Ive ha annunciato che lascerà Apple, dopo oltre 25 anni di proficua collaborazione, che hanno rivoluzionato l’aspetto dell’elettronica di consumo. Jony (Jonathan) Ive è arrivato alla Apple nel 1992, prima che vi tornasse Steve Jobs come amministratore delegato, e da qualche anno è Responsabile del Design per l’azienda di Cupertino.

Dal 1998 a oggi, coadiuvato dal team di design Apple, Ive ha progettato PC, PC portatili, smartphone, tablet e orologi che hanno cambiato sensibilmente il rapporto con l’oggetto tecnologico, rendendolo un oggetto da esibire, e (più) facile da usare, grazie a una semplificazione estrema di funzioni e accessori.

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iPod nano

Si dice che Jony Ive si ispirasse a Dieter Rams, e ai prodotti leggendari Braun. In effetti alcuni prodotti hanno notevoli somiglianze con prodotti Braun (Power Mac G5, iPod, iMac 2005), ma la semplificazione tecnologica di alcune funzioni del primo iPod, per esempio, come la ghiera per selezionare, era invece derivata da Bang & Olufsen (un altro brand noto per eleganza e semplicità dei prodotti).

Fino al 1998, anno del primo iMac, i PC - compresi i Power PC Macintosh -, erano scatole grigie con monitor altrettanto grigi. Il primo iMac era un concentrato di innovazione, sia funzionale, sia formale. Era formato da un corpo unico, che racchiudeva tutto al suo interno, PC e monitor, in un guscio di plastica traslucida, colorata. Era il primo con le porte USB, e senza porte parallele, seriali o SCSI, e il design includeva anche la tastiera e il mouse, della stessa plastica. Un’apertura nella parte superiore del guscio serviva da maniglia per il trasporto.

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Apple iMac

L’evoluzione del PC desktop continuava con tutti i modelli successivi di iMac, che scivolavano gradualmente verso il bianco, prima con il modello con la base tonda (2002), e in seguito con l’integrato che di fatto è arrivato fino ad oggi. Tra le novità introdotte da Ive c’è appunto il bianco, un particolare punto di bianco definito “bianco Apple”.

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iMac G4, 2002

Anche i portatili hanno subito la stessa evoluzione. Dal 1999, con il primo iBook, Blueberry e Tangerine, all’iBook G3, il primo iBook con il guscio di policarbonato bianco, al MacBook Pro Unibody, un unico guscio di alluminio, fino al MacBook Air, leggerissimo. Ogni evoluzione formale racchiudeva altrettanta innovazione tecnologica.

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iBook G4, 2003, con il guscio di policarbonato bianco

La scomparsa progressiva dei cavi, grazie al wi-fi; l’eliminazione del CD in notevole anticipo rispetto a tutti i concorrenti, ma soprattutto il disegno dell’interfaccia utente, semplificata per essere “user-friendly”, ma non solo. Lo sfondo di un colore coordinato al guscio esterno, le mille e più possibilità di cambiare sfondi e icone - antenati degli emoji - per avvicinare alla tecnologia un pubblico molto più ampio.

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MacBook Air, foto Ryan Morse

Il contenuto di ricerca, innovazione e design dei prodotti Apple è sempre stata caratterizzata da prezzi dei prodotti più alti della media, in parte giustificati dall’effettivo contenuto di ricerca, in parte derivati da politiche di marketing dell’azienda.

Nel 2001, con il lancio di iPod, e della piattaforma collegata iTunes, Apple si allargava all’intrattenimento, un settore che ha dato grande soddisfazioni all’azienda californiana. Forse è dal 2007, con il primo iPhone, che Apple ha cominciato a spostarsi verso un segmento di mercato sempre più esclusivo. Le ultime versioni di iPhone hanno un prezzo sempre più elevato, che i fan dell’azienda (che possiamo definire fan, Apple ha avuto la capacità di creare una community), sono disposti a pagare, ma che purtroppo sempre meno nuovi clienti sono disposti a pagare.

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Ipod Classic

Nel 2010, Apple ha introdotto l’iPad, uno dei primi tablet. Un segmento di mercato che forse non avrà tantissimo futuro, ma che sicuramente era un’innovazione 10 anni fa.

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Il primo iPad, 2010

Nel 2015, Apple ha lanciato l’Apple Watch, il primo progetto derivato dalla collaborazione tra Jonathan Ive e Marc Newson, che ha cominciato a collaborare con Apple nel 2014. E forse lo stesso Newson ha avuto un’influenza sull’evoluzione che stanno subendo gli electronics di Apple, che sembrano puntare verso un pubblico sempre più esclusivo.

Nel frattempo, qualcosa dev’essere cambiato, se è di pochi giorni fa la notizia che Jonathan Ive lascerà Apple, per aprire un suo studio di design, in collaborazione con Marc Newson, noto per molti prodotti che hanno lasciato il segno nell’arredamento, e per il lusso esclusivo di molti dei suoi progetti, dagli interni di jet privati, ai motoscafi Riva, alle valigie di Louis Vuitton, e molto altro.

Restiamo dunque in attesa dei nuovi progetti del team Ive-Newson, che si chiamerà LoveFrom. Nella foto in evidenza, il nuovo Apple Park a Cupertino, un progetto dello studio Foster + Partners, di cui Jony Ive ha curato il design degli interni.


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JoeVelluto: il design è una filosofia di vita

To Re or not to Re, a cura dello studio JVLT, è un progetto di riciclo della plastica post-consumo, ed è il punto di partenza per una conversazione più ampia sul senso del design ai nostri tempi, con Andrea Maragno, fondatore dello studio JoeVelluto, con Sonia Tasca.

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To Re or not To Re, il progetto per il RO Plastic Prize, organizzato da Rossana Orlandi per il Fuorisalone 2019.

Il progetto To Re or not to Re partecipava al RO Plastic Prize, organizzato da Rossana Orlandi nell’ambito dell’iniziativa Guiltless Plastic, che ha offerto numerosi spunti di riflessione sulla plastica oggi, il suo uso, lo smaltimento e il riciclo.

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To Re or not To Re, il progetto per il RO Plastic Prize, organizzato da Rossana Orlandi per il Fuorisalone 2019.

Realizzato in collaborazione con Teraplast, To re or not to Re impiega vasi RE-POT, ottenuti dal riciclo dei materiali post-consumo. “La plastica e il suo riciclo rappresentano un problema che dev’essere affrontato, su questo non ci sono dubbi. Tuttavia, lo smaltimento di oggetti e materiali è solo una piccola parte delle questioni che un designer deve affrontare al giorno d’oggi, spiega Andrea Maragno.

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To Re or not To Re, il progetto per il RO Plastic Prize, organizzato da Rossana Orlandi per il Fuorisalone 2019.

"Parlando di plastica, per esempio, è necessario considerare il problema da tutte le angolature possibili. Liberarsi dalla plastica ormai è molto difficile, se non impossibile; la plastica è presente in moltissimi oggetti di uso comune e quotidiano che non si sostituiscono così facilmente e nemmeno così in fretta. Ha dunque molto più senso lavorare sul riciclo post-consumo."

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To Re or not To Re, il progetto per il RO Plastic Prize, organizzato da Rossana Orlandi per il Fuorisalone 2019.

"Sembra facile, ma quando si parla di riciclo post-consumo, ci sono mille diversi aspetti da considerare. Una caratteristica del prodotto post-consumo, per esempio, è il colore, che ovviamente offrirà solo alcune tonalità, e magari un po’ “sporche”, e questo non è molto apprezzato dal grande pubblico. Il progetto To Re or no to Re cerca di attirare l’attenzione proprio su questi aspetti, ed è un progetto di prodotto e di comunicazione al tempo stesso. Gli oggetti sono formati da un vaso e da una “maschera” che rappresenta il contenitore da cui derivano. Era importante comunicare questo progetto nel modo corretto, per aiutare a vincere i pregiudizi che ci sono, in generale, nei confronti della plastica riciclata.”

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To Re or not To Re, il progetto per il RO Plastic Prize, organizzato da Rossana Orlandi per il Fuorisalone 2019.

Quindi la funzione di un designer va oltre il prodotto, e comprende anche la comunicazione?

“Tra le funzioni di un designer, a mio parere, il design di prodotto non è che una piccola parte. Il design al giorno d’oggi dovrebbe cercare di dare un senso alle cose, non essere fine a se stesso. Un designer dovrebbe fare molta ricerca, farsi domande sul senso di ciò che progetta, vedo il design contemporaneo molto vicino alla filosofia, una ricerca che spinga a trovare modi per cambiare la realtà. Un designer non è scollegato dalla realtà; il progettista vive in questo mondo, e il suo lavoro deve servire anche a configurare scenari diversi, possibilmente migliori."

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Live Now, Design later, mostra organizzata da JVLT al Fuorisalone 2019.

"Pensiamo per esempio ai prodotti e alla produzione: che senso ha oggi progettare un prodotto senza chiedersi che fine farà alla fine della sua vita, come sarà costruito, ma soprattutto, come sarà smaltito?  Per questo, noi ormai lavoriamo solo con aziende che sposino questa filosofia, e abbiano voglia di abbracciare questa strada, chiamiamola pure sostenibilità, ma è qualcosa di ancora più ampio e globale. È prendere coscienza della propria relazione con la realtà, e influenzarne l’evoluzione con il proprio lavoro.”

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Live Now, Design later, mostra organizzata da JVLT al Fuorisalone 2019.

La comunicazione è un altro aspetto fondamentale del design. Io ho lavorato diverso tempo con Oliviero Toscani, a Fabrica, e nel 2011 ho collaborato alla mostra “funcool design”, a cura di Oliviero Toscani, alla Triennale di Milano; per me Toscani è stato un grande maestro. Da lui ho imparato l’immediatezza e la semplicità del linguaggio, con Colors, ho imparato l’importanza di veicolare un messaggio chiaro, diretto. E per me la comunicazione è una parte integrante del design.”

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Andrea Maragno per la mostra Funcool Design, a cura di Oliviero Toscani, Triennale di Milano, 2011.

Andrea Maragno è designer e docente di design. Come si comunica agli studenti? E quali curiosità hanno oggi gli studenti?

“Dal mio punto di vista come docente, trovo che gli studenti stranieri siano più interessati alla storia del design, rispetto agli studenti italiani. Gli studenti italiani sono molto più pratici, hanno assorbito la metodologia “learning by doing”. Quello che cerco di trasmettere loro, in realtà, è che prima di progettare “qualcosa”, devono chiedersi cosa stanno facendo. Oggi le nuove tecnologie hanno aperto un mondo di possibilità, ma al tempo stesso riducono le capacità di rapportarsi al mondo reale. Quando non c’era Internet, non era tutto a portata di mano; per fare una ricerca, si era obbligati a uscire, cercare e ci si imbatteva in cose che in effetti non si stavano cercando. Il metodo progettuale dev’essere lo stesso: se progetti una sedia, prima devi approfondire il modo migliore per sedersi. E poi magari la sedia non la progetti nemmeno, perché non serve una sedia in più, ce ne sono già tante. Magari quello che serve è trovare un modo alternativo per appoggiarsi quando si mangia.”

Perché il motto “Live now, design later”?

Mi sono ispirato a una frase celebre “Live now, die later”, con lo spirito di sottolineare che il design è una parte della vita, non è disgiunto da tutto ciò che facciamo nella quotidianità. Per cui è importante vivere, studiare, approfondire, meditare, pensare, e solo dopo si arriva a progettare. Il mondo - il nostro mondo - non ha bisogno di altri oggetti, ne abbiamo già troppi. Ciò di cui abbiamo bisogno è una rinascita, una nuova filosofia, che usi il design per ridisegnare il mondo.  Questo è quello che penso, questo è quello che cerco di trasmettere ai miei studenti.”

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Sedia 4Pezzi, prototipo di JoeVelluto, formata da 4 elementi in massello che si incastrano, senza viti.

JoeVelluto.it


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Elena Salmistraro x Luisaviaroma x Nike ZoomX vista Grind

Nike ZoomX vista Grind è una nuova scarpa femminile, caratterizzata da una suola in Grind, il materiale riciclato di Nike che in questo caso si esprime in una suola chunky, alta ma leggerissima, in gomma bianca e schiuma fluorescente verde. La suola in Grind, che contiene gli scarti di lavorazione delle scarpe, fusi e riutilizzati, garantisce stabilità e sostegno  durante la corsa, ed è al tempo stesso riciclata e riciclabile.

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Allestimento di Elena Salmistraro per il lancio di Nike ZoomX vista Grind da Luisaviaroma.

Disegnata da Georgina James, creative director dell’abbigliamento femminile di Nike, ZoomX vista Grind è un’ulteriore evoluzione della scarpa da corsa femminile, e prosegue la ricerca di Nike nella sostenibilità di prodotti e processi produttivi.

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Allestimento di Elena Salmistraro per il lancio di Nike ZoomX vista Grind da Luisaviaroma.

Il negozio fisico dello store on line Luisaviaroma, in occasione del 90esimo anniversario, ha presentato un allestimento speciale di Elena Salmistraro, per il lancio delle Nike ZoomX vista Grind. Protagonista dell’intervento architettonico è la schiuma verde fluo all’interno della suola, che crea una sorta di “nicchia schiumosa” con un totem al centro, che sorregge la scarpa.

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Allestimento di Elena Salmistraro per il lancio di Nike ZoomX vista Grind da Luisaviaroma.

Un mondo colorato a fumetti, che ruota attorno agli elementi della scarpa: la suola bianca e fluo, alta e tecnica, la tomaia in tessuto leggerissimo semitrasparente, la schiuma morbida come un blob, le pareti decorate con grafiche a tema.

Nike ZoomX vista Grind viene lanciata sul mercato il 4 luglio 2019.


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Serpentine Pavilion: che fine fanno le architetture temporanee?

Il Serpentine Pavilion e l'architettura temporanea

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Serpentine Pavilion 2019, progetto di Junya Ishigami

Non solo gli stand del Salone del Mobile di Milano, sono da annoverare tra le architetture effimere. La Serpentine Gallery di Londra, dal 2000 in poi, ogni anno commissiona a un architetto internazionale un padiglione estivo, come parte del programma di architettura e design.

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Oscar Niemeyer, progetto del Serpentine Pavilion 2003, unica opera di Niemeyer nel Regno Unito. Foto Sylvain Deleu

Il Serpentine Pavilion, collocato a Kensington Gardens, Hyde Park, è nato nel 2000 da un'idea di Julia Peyton-Jones, direttrice della Serpentine Gallery dal 1991 al 2016, per celebrare i 30 anni della Gallery. Il primo evento speciale fu commissionato a Zaha Hadid.

 

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Zaha Hadid, Serpentine Pavilion 2000. Foto Hélène Binet, courtesy Serpentine Gallery

A partire dal 2005, gli architetti sono selezionati da Hans Ulrich Obrist, condirettore della Gallery, e, dal 2017 da Ulrich Obrist e da Yana Peel (CEO, che ha lasciato pochi giorni fa), con la consulenza di David Adjaye e Richard Rogers, Advisors per il Serpentine Pavilion.

Architettura di sperimentazione

Oltre ad offrire a un pubblico più ampio la possibilità di vedere da vicino progetti di grandi architetti, i padiglioni sono occasioni per sperimentare nuovi materiali e nuove tecniche costruttive. Dal punto di vista ambientale, era previsto che i padiglioni dovessero essere riutilizzati; tuttavia, non sempre sono stati recuperati, e anche quando lo sono stati, non sempre con risultati felici.

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Pavilion 2017, Francis Kéré. Foto Iwan Baan, courtesy Serpentine Gallery; il padiglione è stato acquistato da Ilham Gallery, a Kuala Lumpur, e sarà ricollocato in Malaysia.

Il Serpentine Pavilion non è comunque un progetto fine a se stesso, ma ospita i programmi culturali estivi, e, come già detto, è un modo per avvicinare il grande pubblico ai grandi architetti; a giudicare dai numeri - negli ultimi anni, i Pavilion hanno visto circa 300 mila visitatori all'anno -, è un approccio che funziona.

Leggi anche: Serpentine Pavilion 2019, di Junya Ishigami

I Serpentine Pavilion dal 2000 al 2018

2000. Zaha Hadid

Il primo Pavilion, nel 2000, fu affidato a Zaha Hadid, che progettò una struttura di acciaio a forma di tendone; l'interno raggiungeva un'estensione di 600 metri senza ostacoli.

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Zaha Hadid, Serpentine Pavilion 2000.Foto Hélène Binet, courtesy Serpentine Gallery

Oggi, l'architettura di Zaha Hadid si trova al Flambards Theme Park a Helston, Cornovaglia, dove ospita matrimoni ed eventi speciali. Meglio che buttato, ma insomma non una gran fine.

2001. Daniel Libeskind

Eighteen Turns, il padiglione di Daniel Libeskind per il 2001, era una struttura rivestita in alluminio, contrapposta ai mattoni della Gallery, che giocava sulla riflessione del colore del cielo e del verde dell'erba.

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Daniel Libeskind, 2001. Foto Sylvain Deleu, courtesy Serpentine Gallery

Per il Padiglione del 2001 Libeskind aveva collaborato con Cecil Balmond, allora vicepresidente dello studio di ingegneria Ove Arup.

2002. Toyo Ito

L'ispirazione di Toyo Ito, che ha progettato il Pavilion nel 2002, era un quadrato che si espande mentre ruota. La geometria della costruzione è stata progettata da Cecil Balmond, grazie a un algoritmo. Oggi il padiglione si trova a Le Beauvallon, una magione tra Cannes e Marsiglia, che si può affittare per vacanze esclusive.

2003. Oscar Niemeyer

L'unica architettura costruita da Oscar Niemeyer nel Regno Unito è stata il Serpentine Pavilion, nel 2003. Il leggendario Maestro brasiliano è riuscito nell'impresa di costruire un auditorium sollevato da terra, a cui si accedeva da una rampa rossa, molto scenografica.

2004. MVRDV - non costruito

Nel 2004, lo studio olandese MVRDV aveva presentato un progetto piuttosto elaborato, che prevedeva la costruzione di una montagna, che conteneva le aree per relax e attività al suo interno. Purtroppo, data la complessità del progetto e il costo eccessivo, il progetto di MVRDV per il 2004 non fu costruito.

2005. Alvaro Siza e Edouardo Souto de Mora, con Cecil Balmond

Nel 2005, il Pavilion è stato progettato da Alvaro Siza ed Eduardo Souto de Mora, di nuovo con Cecil Balmond. Il padiglione degli architetti portoghesi era un'architettura disegnata per dialogare con l'edificio neoclassico della Gallery, realizzata con una "distorsione" calcolata da Cecil Balmond.

2006. Rem Koolhaas con Cecil Balmond

Di nuovo una collaborazione con Cecil Balmond, nel 2006, per realizzare la calotta gonfiabile progettata da Rem Koolhaas. La calotta, illuminata dall'interno, si sollevava o copriva l'anfiteatro sottostante, dove si tenevano varie attività.

2007. Olafur Eliasson con Kjetil Thorsen, dello studio Snøhetta

L'artista danese Olafur Eliasson, e Kjetil Thorsen, dello studio Snøhetta, avevano progettato una trottola gigante per l'edizione 2007 del Serpentine Pavilion.

Pavilion 2007, Olafur Eliasson & Kjetil Thorsen, 2007. Foto John Offenbach, courtesy Serpentine Galleries

L'esterno era tamponato con pannelli di legno, e una rampa continua conduceva dall'ingresso fino a un "belvedere" al primo piano, che discendeva verso l'interno a gradoni. Per la prima volta, il Pavilion era su due piani.

2008. Frank Gehry

Per il 2008, Frank Gehry aveva progettato una struttura formata da grandi travi di legno, sostenute da colonne di acciaio e chiuse da lastre di vetro, sovrapposte a incastro. Un altro lavoro realizzato grazie alla tecnica dello studio di ingegneria Arup. Il Pavilion di Frank Gehry oggi è allo Château La Coste, vicino a Aix en Provence.

2009. SANAA (Kazuyo Sejima & Rue Nishizawa)

Il Pavilion 2009, a cura di SANAA, si ispirava alla temporaneità dell'opera, che sottolineava cercando di integrarsi nel paesaggio circostante. Una sottile tettoia di alluminio, come una grande nuvola irregolare, poggiava su colonne ancora più sottili, di altezza variabile.

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Pavilion 2009, di SANAA. Foto James Newton, courtesy Serpentine Gallery

Il risultato era una struttura fluttuante nello spazio, cangiante a seconda del clima.

2010. Jean Nouvel

Il Serpentine Pavilion 2010, progettato da Jean Nouvel, era una struttura decisamente scenografica, di un drammatico colore rosso che contrastava con il verde dell'erba circostante. Acciaio, vetro e teli fluttuanti delimitavano gli interni, con caffetteria e auditorium.

2011. Peter Zumthor

Hortus Conclusus, era il nome del Pavilion 2011, progettato da Peter Zumthor, dove una serie di pareti con aperture e corridoi conduceva a un giardino botanico.

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Pavilion 2011, by Peter Zumthor. Foto 2011 John Offenbach, courtesy Serpentine Gallery.

Il giardino, con oltre 30 specie di piante, era un progetto di Piet Oudolf, il paesaggista autore della High Line di New York. Le pareti del Pavilion, di legno, erano rivestite con uno speciale nastro nero Idenden, per avere un nero assoluto. Di sera, il padiglione era illuminato con luci fornite da Viabizzuno.

2012: Herzog & De Meuron e Ai Weiwei

Il Pavilion 2012, un progetto di Herzog & De Meuron e dell'artista cinese Ai Weiwei, scavava in modo figurativo, nel passato e nella storia degli undici Pavilion precedenti, e letteralmente, nel terreno, per costruire uno spazio 5 metri sotto terra.

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Pavilion 2012, Herzog & De Meuron e Ai Weiwei. Foto Iwan Baan, courtesy Serpentine Gallery.

Lo spazio interrato aveva il duplice obiettivo di progettare uno spazio "archeologico", raccogliendo anche l'acqua piovana, e creare uno spazio più rispettoso dell'ambiente, impiegando per il progetto solo sughero.

2013. Sou Fujimoto

Sou Fujimoto, per il 2013, ha progettato un graticcio metallico, che incoraggiava a socializzare liberamente e fuori dagli schemi, come omaggio all'atmosfera campestre di Kensington Gardens. L'installazione è stata rinominata "Reja" (Nuvole, in albanese), e oggi si trova a Tirana, nella Galeria d'Arte Moderna, dove ospita spettacoli.

2014. Smiljan Radić

L'architetto cileno Smiljan Radić, nel 2014,  ha tratto ispirazione dalle "follie" (le follies, in inglese), edifici costruiti a scopo decorativo nei giardini inglesi e francesi nel 1700 e fino alla fine del 1800, spesso ispirati a finte rovine.

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Pavilion 2014, Smiljan Radic. Foto John Offenbach, courtesy Serpentine Gallery

Il padiglione era un grande "sasso" in fibra di vetro traslucida, illuminato di notte, che poggiava su grosse pietre, e ricordava una navicella spaziale. Anche il padiglione di Radić ha avuto fortuna, e oggi è in nel giardino Oudolf, nella galleria Hauser & Wirth Somerset.

2015. Selgascano

La dimensione del gioco e e il flusso caotico di Londra sono alla base del Pavilion 2015, degli architetti spagnoli Selgascano. Un guscio di uno speciale polimero in vari colori, con nastri che legavano un lato all'altro, si apriva in diversi corridoi, che corrispondevano ad altrettanti punti accesso.

Pavilion 2015, Selgascano. Foto John Offenbach, courtesy Serpentine Gallery
Pavilion 2015, Selgascano. Foto Iwan Baan, courtesy Serpentine Pavilion

Il Pavilion di Selgascano è negli Stati Uniti, e quest'anno sarà a La Brea Tar Pits, fino alla fine di novembre.

2016. BIG (Bjarke Ingles Group) + Summer Houses

Il ricco programma del 2016 comprendeva il Pavilion, di BIG (Bjarke Ingles Group), più quattro Summer Houses, progettate da quattro architetti che non dovevano aver mai completato progetti nel Regno Unito, e ispirate al Queen Caroline’s Temple, un padiglione estivo adiacente alla Serpentine Gallery costruito nel 1734.

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Queen's Caroline Temple, foto Garry Knight.

Di seguito, le Summer Houses di Kunlé Adeyemi, Barkow Leibinger, Yona Friedman e Asif Khan. Il padiglione di BIG è in Canada, dove ha trovato una collocazione permanente a Vancouver.

2016. Summer Houses

2017. Francis Kéré

Un'architettura ispirata alle tettoie create da alberi, è il progetto per il Pavilion del 2017, dell'architetto Diébédo Francis Kéré, originario del Burkina Faso, con studio a Berlino. Il padiglione, in legno con struttura del tetto in acciaio, comprendeva una corte interna, per sedersi al sole nei giorni di bel tempo.

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Pavilion 2017, Francis Kéré. Foto Iwan Baan, courtesy Serpentine Gallery

Per i giorni di pioggia, Kéré aveva previsto una canalizzazione dell'acqua piovana, che creava un effetto cascata, e consentiva di riutilizzare l'acqua piovana per l'irrigazione. Il padiglione è stato acquistato da Ilham Gallery, a Kuala Lumpur, e sarà ricollocato in Malaysia.

2018. Frida Escobedo

Frida Escobedo, architetto messicana, è stata anche la più giovane a partecipare al programma Serpentine Pavilion, nel 2018. Il suo progetto ha riproposto una tipica architettura messicana con corte interna, in materiali britannici.

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Pavilion 2018, Frida Escobedo. Foto Iwan Baan, courtesy Serpentine Gallery

Una serie di pareti traspiranti (celosia, in messicano), in piastrelle di cemento lasciavano passare aria e luce, creando ombre con il verde del parco. Pannelli specchiati accentuavano il chiaroscuro, che seguiva la luce del giorno. (Roberta Mutti)

Leggi anche: Serpentine Pavilion 2019, di Junya Ishigami

Info: SerpentinePavilion.org


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Architettura, fotografia e fumetti: le mostre d’estate al Vitra Design Museum

Il “villaggio” Vitra a Weil am Rhein, l’insieme di edifici destinati all’uso industriale e all’uso museale-ricreativo, offre un interessante programma di mostre che vanno avanti fino all’estate avanzata e all’autunno. Per gli appassionati di design e architettura è una destinazione che vale la pena visitare, anche per una breve vacanza.

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Balkrishna Doshi, Architecture for people

Tra il 7 e il 17 giugno, inoltre, in occasione di Art Basel e DesignMiami Basel (Basilea, 11-16 giugno, leggi qui), il campus Vitra ospita le installazioni “Food Shaping Kyoto”, presso la Buckminster Fuller Dome, e il 12 giugno sarà svelata la collaborazione di Vitra con il fashion designer americano Virgil Abloh.

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Lake Verea, Paparazza Moderna, Abele House

Food Shaping Kyoto”, in collaborazione con gli architetti Shadi Rahbaran & Manuel Herz (Basilea), e il KYOTO Design Lab, è il risultato di una ricerca e di alcuni workshop che si svolti a Kyoto dal 2015, che illustrano il rapporto della città con il cibo e il design. La ricerca cerca di rispondere ad alcune domande: come si nutre una città? Come viene prodotto e distribuito il cibo nelle città? Come influisce il cibo sui flussi di traffico di merci e persone? L’installazione è presso il Buckminster Fuller Dome fino al 17 giugno 2019.

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Food Shaping Kyoto, rendering

Balkrishna Doshi: Architecture for the People

Il Vitra Design Museum presenta “Balkrishna Doshi: Architecture for the People”, la prima retrospettiva sull’opera dell’architetto indiano organizzata fuori dall’Asia. Nato nel 1927 a Pune, Balkrishna Doshi è anche il primo architetto indiano ad aver ricevuto il Premio Pritzker, nel 2018. Il suo linguaggio architettonico è stato fortemente influenzato dalla collaborazione con Le Corbusier a Parigi, Chandigarh e Ahmedabad, ed è stata altrettanto determinante l’esperienza accumulata durante la costruzione dell'Institute of Management, progettato da Louis Kahn.

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Balkrishna Doshi, Architecture for people

La mostra presenta numerosi progetti realizzati tra il 1958 e il 2014, e abbraccia il complesso del lavoro dell’architetto, che nei suoi lunghi anni di attività ha progettato case private, compresi gli interni, complessi residenziali, università e istituzioni culturali, edifici governativi e amministrativi e intere città. Tra i progetti più significativi, l’Indian Institute of Management (1977, 1992), il suo studio di architettura, Sangath (1980), e il complesso di case per persone a basso reddito Aranya, che oggi ospita 80 mila persone.

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Balkrishna Doshi, Architecture for people

Balkrishna Doshi: Architecture for the People è un progetto del Vitra Design Museum e della Wüstenrot Stiftung in collaborazione con la Vastushilpa Foundation, e continua fino all’8 settembre 2019.

Living in a Box: Design and Comics

Con “Living in a Box: Design and Comics”, il Vitra Design Museum esplora la presenza delle icone del design contemporaneo di arredamento, nelle ambientazioni di vari famosi fumetti. Da Tintin, dove nel 1934 compariva la sedia MR-10 di Mies Van Der Rohe, a diversi fumetti tra gli anni ’40 e ’50 del Novecento, dove le icone del design comparivano a più riprese. Negli anni Sessanta, il design venne influenzato dalla cultura pop dei fumetti, e da lì derivarono la Tomato Chair, di Eero Aarnio, del 1971, o la scrivania Boomerang, di Maurice Calka, del 1968.

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Design and Comics, Vitra Schaudepot, scrivania Boomerang, di Maurice Calka

Anche oggi, che la stampa sta sempre più scomparendo a favore del digitale, i libri a fumetti hanno comunque fortuna, anche per argomenti più “seri”, come “Eileen Gray: A House Under the Sun”, dove le due illustratrici Charlotte Malterre-Barthes e Zosia Dzierżawska ricostruiscono la villa E.1027, di Eileen Gray. E naturalmente non possono mancare le Manga Chair, di Nendo, del 2015.

La mostra, a cura di Erika Pinner, si tiene al Vitra Schaudepot, fino al 20 ottobre 2019.

Lake Verea: Paparazza Moderna

Come si vive nelle case dei grandi architetti modernisti? Come sono, oggi, le architetture progettate nella prima metà del Novecento? “Paparazza Moderna” è il nome della mostra che il Vitra Design Museum dedica al lavoro del duo di artisti messicani Lake Verea, basato su fotografie “rubate”, scattate alle case nella quotidianità contemporanea degli anni 2010, senza abbellimenti né alcun tipo di allestimento.

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Lake Verea, Paparazza Moderna, Glass House

Le dimore fotografate sono di edifici di Walter Gropius, Marcel Breuer, Richard Neutra, Rudolf M. Schindler, Ludwig Mies van der Rohe e Philip Johnson, gli scatti sono stati realizzati tra il 2011 e il 2018.

La mostra, a cura di Viviane Stappmans, si tiene presso la Vitra Design Museum Gallery fino al 7 luglio 2019

Info: Vitra.com e Vitra Design Museum


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Il Salone del Mobile e l'architettura effimera

Sulla fama del Salone del Mobile.Milano non c’è bisogno di aggiungere molto, è la fiera all’arredamento più importante del mondo, e nel tempo si è sviluppata a dismisura, trasformandosi in un evento di lifestyle che coinvolge aziende di mobili, moda, elettronica di consumo, editoria, e oltre.

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Dettaglio dello stand Antonio Lupi 2019; i Gessati, di Gumdesign

A costruire questa fama universale, concorre anche la cura che viene riservata agli allestimenti, un aspetto del progetto espositivo a cui le aziende destinano grossi budget, e molto impegno. Sono tanti i brand che assumono architetti di grande fama per progettare i loro stand, costruiti come architetture compiute, anche se temporanee e con tutte le limitazioni imposte dalla presenza all’interno di padiglioni fieristici (disposizioni di sicurezza, etc.)

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Stand Vitra al Salone 2019

Un percorso tra alcuni degli allestimenti del Salone del Mobile ed Euroluce 2019 consente di cogliere gli sforzi che compiono le aziende per offrire ogni anno mood differenti, non solo nelle finiture dei prodotti, ma anche e soprattutto nell’atmosfera comunicata attraverso gli allestimenti, che va dal chiostro del palazzo veneziano alla vetrina del centro città, passando per gli stili di abitare globali, alla foresta immaginata.

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Dettaglio dello stand USM 2019

Un impegno notevole, se si pensa che aziende e progettisti lavorano un anno per un’architettura effimera. Ma è una settimana che può fare la differenza, dunque gli sforzi profusi sembrano aumentare a ogni edizione, e la cura per l’allestimento nelle fiere dell’arredamento, nata in Italia, ha fatto scuola e si è diffusa in tutto il mondo.

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Dettaglio dello stand Boffi-De Padova-Ma/U Studio 2019. Foto Tommaso Sartori

L'architettura degli allestimenti

Il viaggio negli allestimenti comincia con Kartell e Ferruccio Laviani, una collaborazione che dura da quasi 30 anni, e che ha prodotto moltissimi stand di grande impatto scenografico.

Per il 2019, Kartell e Laviani hanno proposto “Kartell Windows”, una passeggiata attraverso 22 vetrine, che possono essere ricostruite dai rivenditori nel proprio spazio, mescolando nuovi prodotti e icone storiche del brand.

Design Holding, la nuova Holding che detiene B&B Italia, Flos, Louis Poulsen e Arc Linea, ha debuttato come Gruppo, nel 2019, nella nuova area S. Project, con uno stand progettato da Calvi Brambilla.

Lo spazio, diviso in tre aree separate per brand, condivideva un lungo corridoio d’ingresso, con una parete interattiva a cura di Dotdotdot, punteggiata di icone del design italiano.

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Stand Design Holding al Salone del Mobile 2019

Verde, natura e acqua

Alla ricerca di soluzioni sempre diverse, Flexform ha celebrato il debutto della collezione Outdoor creando un’oasi di verde al centro dello stand.

L’oasi, collocata al centro dello spazio espositivo, aveva la doppia funzione di separazione tra le ambientazioni Flexform e le collezioni Flexform Mood, e al tempo stesso, grazie alle aperture nel soffitto, consentiva di mantenere un’atmosfera fresca, con un ricambio continuo d’aria. Uno dei problemi dei padiglioni, infatti, è che quando sono molto affollati l’atmosfera diventa molto pesante, e il verde naturale può aiutare a respirare meglio.

Il verde, e il progetto del luogo di lavoro, erano al centro anche del progetto di UN Studio per USM. Combinando la modularità dei sistemi USM e le necessità del lavoro contemporaneo, lo stand ha ricreato spazi di lavoro basati sul concetto di collaborazione e co-working. Un ambiente in cui ci sia la possibilità di “crescere, pensare, imparare e condividere idee e pensieri.” E in cui ci sia verde, per respirare meglio.

"When Water Meets 1999-2019", è il nome del progetto di Piero Lissoni, con cui Boffi-De Padova-MA/U Studio e ADL hanno celebrato il debutto nella nuova area S. Project, con un grande spazio collettivo, in cui erano esposti aree giorno, notte, cucina, bagno e aree collettive. Un ritorno alle origini in un tempo circolare, cominciato nel 1999 con lo stand ad Abitare il Tempo, con isole al centro di specchi d’acqua, e arrivato idealmente fino al 2019, con una storia che nel tempo si è ampliata.

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Stand Boffi-De Padova-Ma/U Studio 2019. Foto Tommaso Sartori

When Water Meets disegna un concept spaziale circondato dall’acqua, ispirato al bianco e nero della scacchiera, un contenitore neutro per ambienti che si esprimono attraverso i prodotti, nuovi e vintage, in una mescolanza di stili decisamente attuale.

Infiniti, produttore di tavoli, sedie e complementi d'arredo, ha celebrato i 10 anni di partecipazione al Salone con Woodland, uno stand progettato dallo studio dell’architetto Stefano Boeri, vincitore di premi internazionali per il Bosco Verticale di Milano.

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Stand Infiniti al Salone 2019

Woodland era uno spazio diviso in diversi ambienti con pali di legno di varie altezze, ricostruzione ideale di una foresta; una superficie di 400 mq, dove le diverse aree identificavano altrettante isole di vita reale, in contesi domestici o residenziali.

Uno spazio aperto alle idee, che accomuna creatività e nuove tecnologie: è lo stand progettato da Ferruccio Laviani per Foscarini a Euroluce. Per creare un ambiente per “accogliere” il progetto, lo stand era avvolto da una sorta di “pelle”, una copertura realizzata in pannelli di policarbonato trasparente, personalizzati con una scomposizione del logo Foscarini in rosso. Aree aperte e più raccolte si alternavano,  prevedendo zone in cui anche il pubblico si poteva sedere liberamente, per sottolineare il concetto di condivisione.

Gallerie d'arte e palazzi italiani

Di nuovo Calvi Brambilla per la Galleria Antoniolupi, lo spazio che l’azienda toscana ha dedicato ai suoi progetti nell’area S. Project. Un ingresso invitante con verde naturale e acqua, seguito da prodotti esposti come in una galleria d’arte: la “stanza del fuoco”, con i camini a bioetanolo, la “quadreria”, con gli specchi, la “gipsoteca”, con i marmi di Paolo Ulian e Gumdesign, e infine “la sala dei vetri”, con i lavabi in Cristalmood. Un progetto espositivo che ricreava ambienti di grande impatto scenografico.

Una nuova idea di moquette, moderna e attuale, era al centro dello stand Radici, che ha presentato la nuova collezione “La geometria della natura”, disegnata da Carolina Nisivoccia, che ha progettato anche lo stand che la ospitava.

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Stand Radici 2019

I due motivi, decisamente contrastanti, Fold & Stripes e Overlapping, ricoprivano interamente due ambienti, per testimoniare che la moquette può assolvere a qualsiasi funzione, rivestendo come una pelle qualsiasi tipo di prodotto, grazie alle nuove tecnologie di stampa. Inoltre, oggi la moquette può avere requisiti di creatività, velocità di produzione, sostenibilità e facilità di pulizia, diventando così di nuovo un prodotto di grande appeal.

Lo studio svedese Note ha progettato per Magis uno stand ispirato ai cortili interni degli antichi palazzi italiani, ai chiostri, per rievocarne l’atmosfera serena e di condivisione. Un grande spazio centrale aperto era così circondato da sale più piccole, con prodotti esposti in ambientazioni successive.

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Stand Magis, 2019

Colori e spazi ricreavano così gli spazi dell’architettura italiana classica, prendendo come spunto Palazzo Ducale a Venezia, e tutt’intorno il colore dell’acqua, l’elemento che unifica la città lagunare.

Knoll si è affidata allo studio OMA anche nel 2019, per lo stand al Salone del Mobile 2019. OMA e Knoll hanno celebrato il centenario del Bauhaus ricreando il soffitto della Galleria del quarto piano del Whitney Museum di New York, un progetto di Marcel Breuer del 1966. Nel progetto originario del Whitney Museum, il soffitto a cassettoni di cemento era un elemento architettonico che celava gli impianti.

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Stand Knoll, 2019

Il progetto di OMA per lo stand 2019 puntava su diversi materiali, che ricreavano sfondi diversi per ambientazioni che si adattavano ai prodotti, nuovi o icone del design della metà del Novecento. Una successione di spazi chiusi e aperti, con un bancone-reception scenografico.

Quattro diversi stili di vita per Vitra: il collezionista, il bohémien, il nomade e l’imprenditore globale. Questi stili di vita hanno ispirato diverse ambientazioni, con prodotti storici e nuovi dell’azienda tedesca che ha scritto importanti pagine della storia del design e dell’architettura.

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Stand Vitra, 2019

Il filo conduttore del progetto degli ambienti sono colori e materiali, un tema su cui Vitra lavora da tempo; con la consulenza di Hella Jongerius, l’azienda ha sviluppato la Vitra Colours & Materials Library, che contiene un numero virtualmente illimitato di finiture e tonalità, a disposizione dei progettisti.


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Domitilla Dardi: a (EDIT) Napoli, il design d'autore

Un nuovo appuntamento per gli amanti del design italiano: è EDIT Napoli, una fiera dedicata al design d’autore, che debutta dal 7 al 9 giugno nel Monastero di San Domenico Maggiore, a Napoli. (il 6 giugno, anteprima stampa e opening).
La prima edizione ospita 60 selezionati espositori, realtà locali e internazionali, designer, artigiani e piccole aziende. Da un’idea di Domitilla Dardi ed Emilia Petruccelli, EDIT Napoli si prepara ad accogliere buyer internazionali, interessati al design italiano ricercato, ma al tempo stesso a prezzi accessibili.

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Panca Menhir, di Dirk Vander Kooij

Abbiamo chiesto a Domitilla Dardi, curatrice di EDIT Napoli e curatrice delle mostre di design al MAXXI di Roma, di spiegare un po’ più nel dettaglio la filosofia di EDIT Napoli.

Da dove nasce l’idea di EDIT Napoli?

EDIT Napoli è il risultato della somma di esperienze diverse, la mia e quella di Emilia Petruccelli. La mia esperienza professionale è principalmente come curatrice, mentre Emilia ha molta esperienza nella vendita di arredo di design selezionato, grazie alla Galleria Mia di Roma, fondata 10 anni fa e oggi punto di rifermento per gli appassionati di design curato ma accessibile.
A un certo punto, ci siamo rese conto che c’era spazio per qualcosa di alternativo, in un mercato che offre principalmente grandi fiere, enormi e dispersive, e in fin dei conti poco attrattive per buyer non interessati ai grandi brand, oppure rassegne di edizioni limitate molto costose, e inaccessibili per gran parte del pubblico.

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Console Eterea, di Simone Crestani, foro di Alberto Parise.

Il design accessibile

I buyer internazionali sono sempre più alla ricerca di prodotti che possano arredare tutta la casa, in quanto la casa completamente arredata è un trend molto diffuso nel mondo. EDIT Napoli si pone dunque come l’anello mancante tra i designer e i piccoli produttori, e i buyer che cercano alternative ai grandi brand; molte piccole imprese artigiane fanno produzioni di ottima qualità, ma poi hanno difficoltà a trovare i clienti, e, a nostro parere, sul mercato mancano fiere per queste situazioni specifiche, piccole fiere per piccole produzioni di qualità.

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Ceramiche Paros, di Rometti.

La peculiarità di EDIT Napoli, dunque, è di essere una fiera commerciale, in cui i buyer trovano prodotti pronti per il mercato. Non prototipi, né edizioni limitate, ma autentici prodotti a prezzi accessibili.

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Sunrise e Sunset, tavolini disegnati da Artefatto, per De Castelli.

Napoli, città internazionale

Oltre alla qualità dei prodotti, l’altro punto di forza di EDIT Napoli è la location, il complesso del Monastero di San Domenico Maggiore, nel centro di Napoli. Napoli è una città internazionale e cosmopolita, ricca di storia e cultura, che rappresenta il crocevia ideale del Sud-Europa. In aggiunta alla bellezza della città, il Monastero è una cornice storica, perfetta per accogliere le piccole storie di design in esposizione, raccontate senza fretta, con i tempi giusti, per comprendere appieno il valore di questi prodotti.

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Poltrona Cul-de-Sac di Nayef Francis, foto di Karen & Josette.

Per la prima edizione di EDIT Napoli la selezione è caduta su 60 espositori, in un allestimento estremamente semplice e senza troppi divisori. Non abbiamo voluto appesantire un ambiente così naturalmente scenografico con allestimenti pesanti, e abbiamo destinato a tutti gli espositori gli stessi spazi, suddivisi in due moduli: uno piccolo e uno grande.

L’obiettivo è avere un’esposizione che coniughi prodotti belli con un allestimento di qualità, in una cornice di grande impatto. I buyer più qualificati ormai si aspettano bellezza sotto tutti i punti di vista, e noi con EDIT Napoli speriamo di soddisfare questa richiesta crescente. (Roberta Mutti)

Scopri tutto su EDIT Napoli

Info: Editnapoli.com